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Storia

BITTI, anticamente BITHE o VITHI, dipartimento della Sardegna nel giudicato di Gallura. Il Fara qualifica questa regione come una quarta Barbagia, e a quel che appare senza alcun dritto. Confina a levante con la marca di Posàda, a meriggio con la contrada di Nùoro, a ponente e tramontana col Montacuto e con Silvas.

È una delle terre più elevate dell’isola. Il clima è fredduccio anzi che no, meno però verso levante e greco, dove si abbassa gradatamente il livello. Vi si sperimenta alquanta umidità, e per l’autunno vi dominano le nebbie, avvegnachè dalle medesime non si patisca alcun notabile nocumento. Poche volte lo squilibrio dell’atmosfera manifestasi con furiose tempeste. L’aria è lodata come pura e salubre. Converrebbe però levare dal confine delle abitazioni i letamai giornalmente ingrossati, dalla cui fermentazione espirano dei miasmi esiziali, ed impinguarne gli orti per più copiosi frutti.

Le roccie sono generalmente granitiche e schistiche, e vi si trovano cristalli di rocca, marchesite, ed altre materie.

Questa regione come le contermine ad occhio lontano sembra un pianoro. Poche in fatto sono le eminenze considerevoli dopo i tre monti Salalòi, Nurìa, e Mortullò. La faccia del terreno è generalmente aspra, e solcata da valli.

L’estensione superficiaria può computarsi di 120 miglia quadrate. Presentemente non esistono che tre popolazioni, due delle quali si possono stimare non più che casali. La maggiore è Bitti, le minori Gorofài e Onanì. In età superiori se ne annoveravano parecchie altre, di sei delle quali restò sino a noi la memoria e il nome, ed erano Dure, Oloùsthes, Nòrcali, Ghellài, Lassànis, Cùcuru-alvu. Sono in altre parti degli indizi d’abitazione, e forse era un borgo là dove certo sfasciume, che diriasi d’una fortezza, apparisce, cui perciò i bittesi appellano sa Kitathe. Queste antichità furono ignorate dal Fara.

Copresi in gran parte questa superficie da boscaglia, in cui sono numerosissimi gli alberi ghiandiferi.

Grande è l’abbondanza delle acque, e mentre tutte le sorgenti sono considerevoli per la purità e freschezza, quali sono in generale quelle che rampollano dalla catena centrale, alcune vennero in gran fama per la copia che somministrano in tutti i tempi. Inclinandosi il suolo quindi verso greco-levante, quindi verso ponente-libeccio, tutte queste acque dividonsi parte a nutrire il fiume Dore (rio di Posàda), parte nell’altra linea al Tirso.

La popolazione (an. 1833) sommava a 2877 anime, in 921 famiglie.

Anime Fam. Matrim. Nascite Morti Longevità Bitti 2500 820 15 40 25 Gorofài 227 59 2 4 2 70 Onani150421 3 3

Le terre, ove bene se ne conoscesse la varia natura, si adatteriano ad ogni genere di coltura. Traggansene alcuni spazi dove sono spoglie le roccie, e quei tratti che ricoprono le selve, tutto il rimanente potrebbe fruttificare moltissimo, se fossevi maggior industria, ed i pastori non prevalessero come di numero, così di audacia agli agricoltori.

L’azienda agraria, qual fu costituita nel primo stabilimento, presenta per

Starelli, orzo Fondo numm. lire sarde Bitti 500 569 4 " Gorofài 150 167 9 " Onanì 100 169 7 "

Ragguaglia lo starello a litri 49,20, la lira a lire nuove

1.92.

La seminagione ordinaria suol essere come qui appresso:

Starelli
Grano Orzo Fave Legumi
Bitti 500 2000 200 150
Gorofài 80 200 20 10
Onanì 50 100 20 15

Il sopravanzo dei prodotti alla consumazione si spaccia nei dipartimenti vicini.

Coltivasi gran numero di orti col favore delle molte acque, di cui si può far uso per la irrigazione, e traesi per una metà dell’anno parte della sussistenza dai cavoli gambusi, che si amano da ogni genere di persone, e che sono un ramo di lucro per lo smercio che se ne fa nei paesi limitrofi.

Le vigne prosperano mirabilmente, e copiosi ne sono i frutti, comechè non siano molto da pregiare i vini; il che proviene sì dalla non ben intesa arte di manipolar le uve, come da ciò che non si scelgano i siti ben adatti a questo vegetabile, stante che formano tutti le vigne in prossimità del paese, per impedire che altri le vendemmii prima di loro. La quantità che si ripone nei vasi è poco ragguardevole, e gran parte di questa bruciasi in acquavite, molto lodata per tutta la provincia.

Si comincia a conoscere l’utilità delle patate, e quindi sperasi che nell’avvenire, quando la messe non somministri il sufficiente, meno la fame travaglierà i poveri. Dalle bacche del lentisco traesi molta quantità d’olio.

Sono gli uomini di questo dipartimento, come generalmente tutti gli alpigiani, amanti più della vita errante dei pastori, che della fissa dimora degli agricoltori, onde questi sono a quelli in ragione di uno a tre.

Il bestiame che educavasi nel 1833, dopo la fatale epizoozia dell’anno antecedente, in cui scemò d’un terzo almeno il numero specialmente dei lanuti, era nelle specie giusta i seguenti numeri:

Vacche rudi 1200. Mannalìte o domestiche 800. Buoi per l’agricoltura 1160. Capre 2200. Porci 6500. Cavalle 250, cavalli 400. Giumenti 300. Pecore 56,000. Appare dalla inspezione dei numeri come i pastori di questo dipartimento abbiano cura maggiore della propagazione delle pecore, che di altra specie. I pecorai menano vita più aspra degli altri, però che consci del numero esistente nelle terre dove è loro lecito di condur le greggie, seguono sempre il branco, e restano esposti a tutte le inclemenze delle stagioni senza avere una capanna in cui ricoverarsi.

Ottimi sono i formaggi per la bontà dei pascoli; ma tenue è la quantità per la scarsezza di questi. Ordinariamente il totale non sorpassa le 2800 cantara, di cui un terzo si può mettere in commercio. Era questo un ramo di ricchezza considerevole prima che si accrescesse la tassa per cotal derrata nel regno di Napoli, ove solevasi smaltire (Ragguaglia il cantara a chil. 42,24). Delle lane vendesene gran quantità, perchè poca se ne adopera dalle tessitrici del dipartimento. I telai sono circa 80, distribuiti 50 a Bitti, 10 a Gorofài, 20 ad Onanì. Si fabbricheranno circa 40 pezze di panno forese, alcune coperte di letto, 20 pezze di tela. Quanto manca al bisogno comprasi nei dipartimenti circostanti.

Impiegandosi le donne in esercizi propri degli uomini non possono attendere alla filatura della lana e del lino, ed alla tessitura, tolte solo alcune poche che godono di miglior sorte.

I mariti e i padri considerano il risparmio che posson fare per l’ausilio che loro è prestato dalle donne e figlie, e non badano che assai più di quello che risparmiano sono essi obbligati a spendere per le tele, e per lo panno, e ancora per la guarigione delle malattie a cui quei corpi deboli soggiacciono o per un colpo di sole, come volgarmente dicesi, o per le miasmatiche esalazioni dei terreni che squarciano dopo rotto l’autunno. Provvedonsi dei panni ordinari per le vesti da Orùne, dove è molta l’industria delle donne.

Negli inverni rigidi, quando restano i pascoli nascosti sotto un grosso strato di neve, grande è la moria specialmente delle pecore, ma non perciò i pastori provvedono meglio a se stessi. Coi danari ricavati dalla vendita dei formaggi acquistano nuovi capi a riempiere i vacui, e seguono nell’antico modo per esser sempre meschini.

Da tanto amore per questa specie nasce grave danno, mentre si sagrifica all’interesse dei pastori ed alla voracità delle pecore non solo i pascoli destinati al bestiame domito, ma perfino il frutto dei sudori del colono. Non vi ha forse altro dipartimento dove impunemente come in questo si invadano i luoghi riservati. I membri della giunta comunitativa per lo più pastori credono di soddisfare al loro dovere se i primi non diano questo scandalo, e l’autorità giudiziaria per quanto vigile ed esatta esser potesse stancherebbesi senza frutto. Indi è pure che deriva un altro male: per ciò che non si destinano mai per vidazzone i siti più feraci un po’ distanti dal paese, non solo perchè sarebbe impossibile di preservar i seminati dalla fame delle greggie, ma perchè i pastori vi si oppongono, e non si oppongono indarno, i quali mentre non han timore di penetrare nelle vigne, orti, tanche, e di rompere qualunque chiusura, men di rispetto avrebbero verso le terre aperte. Mentre tutto divorasi dalle pecore, muojono in numero considerevole i buoi destinati all’agricoltura, non prosperano le razze delle cavalle, e muojono pure le bestie domite e domestiche per non aversi che somministrare alle medesime in alimento.

Giova osservare i motivi per cui gli uomini di questo dipartimento amano tanto la professione di pastori, e di pastori erranti, quali sono i pecorai. E pare sia la libertà senza restrizione di che godono senza timore di forza alcuna od autorità, e gli abusi che loro si perdonano. Senza ciò il vivere in campagna, e non aver domicilio fisso porta la comodità di occultare i furti negli ardui burroni: perlocchè non è mai tanto lodevole lo zelo dei ministri di giustizia, che quando praticano le visite delle greggie.

I pastori vivono di carni, pane d’orzo e latticini. Usano in sulla sera di cuocere il latte, nel quale dopo che si intiepidi gittasi certa quantità di latte quagliato un po’ acido (late viskidu), dopo la qual operazione lasciano, che nella notte si quagli. Il pane che usasi generalmente è una schiacciata molto sottile a circolo quando sia da farina di grano, a elisse quando da farina d’orzo. Dopo cotto si spacca in due più sottili sfoglie (pizos), le quali si biscottano, e poi se ne fa una colonna e tengonsi a vettovaglia.

Non solamente nei terreni aperti, ma anche nelle chiudende, quando non vi si faccia seminagione, introduconsi gli armenti a pastura. Queste comprenderanno una superficie non maggiore di 6 miglia quadrate, il che ancora dimostra la preponderanza dei pastori.

Si ha qualche cura delle api, e se fosse maggiore una nuova sorgente di lucro si aprirebbe a pastori e contadini.

Ad eccezione dei daini, che pochi occorrono ai cacciatori, abbondano le altre specie di selvaggiume, mufloni, cervi, cinghiali, volpi, martore ecc. I volatili vi si trovano numerosissimi in tutte le specie proprie dell’isola. Non è trascurata la pescagione, e traesi dai fiumi gran quantità di anguille e trote. Insieme prendonsi molti uccelli acquatici di varie specie.

Sono generalmente i bittesi d’una gran cupezza, sensibilissimi e memori delle ingiurie, e pure nell’evidente proprio pericolo si lasciano trasportar dall’ira alla vendetta.

Certe anime feroci conservano o le chiome, o le vesti squarciate ed insanguinate degli estinti, e le mostrano spesso ai congiunti con sentimento e parole crudeli. Alcune madri inspirano così nei figli teneri l’odio, e poi in maggior età danno impulso al delitto.

È da dire però che molta è la generosità dei medesimi verso un offensore pentito, ed un nemico umiliato ed inerme. Inclinano poco ai divertimenti, e prima della proibizione delle arme il loro più gradito passatempo era di trarre cogli schioppetti a bersaglio, ed addestrarsi negli esercizi di cavalleria. Abolito il primo uso rimane solo il secondo, ed in questo tanto profittano, che pochi degli altri sardi gli eguagliano, niuno forse li supera. Gli è un bello spettacolo a quanti concorrono d’altronde alle feste popolari, massime a quella che si celebra in Bitti in onore di s. Giorgio, vedere una torma di giovani montati su piccoletti, ma vivacissimi destrieri correre a furia in una ardentissima gara nei luoghi a ciò destinati, nei quali gente più cauta andrebbe con la massima avvertenza. Questa corsa ha luogo dopo la processione, dietro la quale sogliono andare in bell’ordine guidati da uno dei primari giovani che porta una bandiera. Sono i bittesi ardimentosi quanto altri mai hanno fama nella Sardegna d’uomini d’insigne coraggio, e di ciò fanno prova oltre le tenzoni con altri popoli vicini, dei quali furono sempre vincitori, alcuni atti di segnalata bravura nell’anno 1793 presso alle mura della capitale, quando in compagnia coi valorosi degli altri dipartimenti andarono a fronteggiare l’armata francese di terra. Sono i medesimi laboriosi, e se l’opulenza non è proporzionata alle fatiche, egli è da ciò che non scelgono quello sia per esser loro più utile. Quindi non trovasi fra loro alcun mendico, ed è infamia l’accattare. La massima parte sono astemi, gli altri d’una singolare sobrietà, e sono notati a dito e dispregiati quelli che un tantino eccedano. Mangiano d’inverno in sa Coguìna, d’estate in luogo fresco. Siedono sulla terra con le gambe incrociate intorno ad un canestrino (sa canistedda) dove ordinariamente c’è il pane ed il formaggio, ed in istagione fredda un vaso con sappa, in cui tingono il pane già precedentemente ammollato. Spesso vi si pone il tagliero su cui mangiasi la carne a lesso, o arrosto. Usasi il solo coltello, e non mai la forcina. Non usano il brodo che per prescrizione del medico. Le minestre le condiscono con latte, e con ricotta. Nelle altre classi vivesi come usano i cittadini. Del rimanente sono i bittesi d’ottimo carattere morale, niente inclinati alla galanteria, e religiosi sino alla superstizione. In riguardo alle facoltà mentali sono d’ingegno svegliatissimo, uomini di senno e di molta prudenza, dei quali quanti finora si applicarono alle lettere e scienze riportarono grandi lodi e premi, e molto illustrarono la loro terra natale.

Tra i poeti improvvisatori che si meritarono lode di grande ingegno in Bitti, e nei vicini dipartimenti, sono lodati Giorgio Filippi soprannomato Maccarrone, e Preìtheru Delògu, i quali fiorirono nei primi cinque lustri di questo secolo. Avendo con le lettere adornata la natura sopravanzarono facilmente gli altri, che l’arte non avea ripuliti. Nelle belle notti intorno alle chiese dove festeggisi danno molti bittesi con altri di diverso dipartimento che vi concorrono bei saggi di poetico ingegno gareggiando fra loro nel canto con grandissimo diletto del popolo.

Conservasi ancora una certa specie di venerazione verso il P. Gianpietro Cubeddu di Pattada, religioso scolopio, da molti conosciuto sotto il nome di P. Luca, dai bittesi chiamato su Patre Solle dal nome della cussorgia, dove egli si trattenne qualche tempo, intorno ai limiti di Alà, Buddusò, e Bitti; e mostrasi, e guardasi con qualche religione la quercia (su Kerku de Patre Solle) sotto la quale egli assiso improvvisava tra i pastori, i quali accorrevano ondunque lasciando che sole errassero le gregge.

Nel vestiario usano i bittesi certe particolarità, per cui distinguonsi dagli altri, le quali però più facilmente col pennello, che con la penna si possono dimostrare. Pare di vedere persone alle quali sia imminente il nemico, però che hanno alla cintola la cartucciera, e lunghi coltelli, e chi possa portarlo anche l’arcobugio foderato a ferro ed ottone sul gusto dei tempiesi. Le donne vestono il capo con una pezzuola detta sa vela lunga palmi cinque, larga uno, con tre quarti della quale involgono il capo sotto il mento, lasciando che penda il resto e sventoli sull’omero. Sotto questo velo invece di cuffia hanno la così detta caretta in forma d’una navicella fregiata di trinette d’oro e ricamata in seta, la quale serve a contenere il fascio delle treccie detto su curcuddu legate da alcune bende (sas vittas). Sopra il giubboncino di scarlatto (su corìthu) hanno la pala che consta di spalliera, e di antipetto, e questo in una forma non dissimile alla summentovata caretta copre bene il petto. Coprono i piedi con le sole scarpe, e lascian nude le gambe. Sudano sotto il peso di due o tre gonnelle di panno lano ruvido. Le medesime sono aggraziate e avvenenti.

La lingua sarda da nessun altro popolo delle provincie settentrionali dell’isola suona così dolce come dal bittese. Delicatissima è la loro pronunzia, e forse fa sentire agli intendenti del greco e del latino come suonassero in bocca di quelle genti. È rimarcabile, che quelle modificazioni vocali che negli altri sardi si distinguono come B. G. P. T. V. riducansi spesso dal bittese alle sole B. e V. Quanto la lingua sarda abbondi delle due antiche lingue morte non meglio in quello d’altri, che nel parlare dei bittesi si comprende. Quelle canzoni sarde che si scambierebbero per un latino plebeo sono dettate nel vernacolo dei medesimi.

Nei paesi di questo dipartimento sono tuttora in uso gli sponsali fra gli impuberi, come pure tra fanciulle infanti ed uomini di età matura, principalmente nelle famiglie ricche ed agiate dei pastori e contadini. Nel secondo caso i genitori della fanciulla come sono celebrati gli sponsali la danno in mano dello sposo che seco la toglie, la educa a suo modo, e se la tiene come se la loro unione fosse benedetta dalla chiesa. La qual consuetudine offende le persone assennate e religiose che ne veggono i gravi abusi e gli inconvenienti. Bisogna render giustizia allo zelo dei parrochi, che tentarono ogni modo di poter estirpare questa turpissima mostruosità, ma invano, però che non vi si apprende quel grave male che si detesta; stimandosi nasca la contraddizione da troppa delicatezza di morale, e le madri inspirando questi sentimenti in quelle anime tenere, e talvolta ancora abusando di loro autorità fanno che non si addotti il generale costume della nazione. Si arroge che poca è l’influenza della autorità sì civile che ecclesiastica in queste regioni, molta l’audacia dei prepotenti.

Un altro genere di sponsali ha luogo ancora, quando a render ferma la pace tra due famiglie potenti di numerose aderenze, e guerreggianti tra loro con massimo detrimento della pubblica tranquillità credendosi necessaria un’alleanza di sangue, se nè vi siano nelle medesime dei figli, e delle figlie in età al matrimonio, nè impuberi senza vincolo di precedente promessa, si pattuisce l’unione del figlio o figlia che nascerà da una parte, con la figlia o figlio che nascerà dall’altra. Rare volte accadde, quando vennero i parti in diverso sesso, che siasi mancato alla promessa. Questa proferita esiste tosto tra le parti una inviolabile obbligazione, e l’affinità si tiene come già contratta.

La condizione delle donne in questo dipartimento non è tale, che le medesime non debbano invidiare alla sorte di altre. I mariti spiegano tanta autorità, che può stimarsi despotismo. Senza riguardo alla naturale loro debolezza le costringono a fatiche virili, mietere, vendemmiare, portar legna, zappar gli orti, e simili. Da siffatto genere di vita dipende, che in breve perdono quella floridezza, che distingue l’età più vegeta, e contraggano molti malori, che vanno poi a diventare cronici, se la violenza non estingua la vitalità.

Tutti nutrono la barba, nè la radono che il giorno, in cui devono ricevere la benedizione nuziale. Quindi non resta agli uomini altro segno di duolo, che il capperuccio, onde si tengon sempre imbaccucati.

Vige tuttora l’uso del compianto, che si pratica da donne consanguinee.

Le vedove evitando di mostrarsi in pubblico di giorno, concorrono nel primo anno alla messa dell’alba; questo decorso, è lecito di andare all’ultima, non mai alla conventuale.

Nel settimo giorno dopo il decesso di alcuno preparasi nella famiglia un pranzo a tutti i consanguinei, che è a dir vero un pranzo assai mesto. Mandasi parte dei cibi ai vicini, e si fa limosina ai poveri di pane e maccheroni.

Nella commemorazione dei fedeli defunti si fa gran concorso alla chiesa. Portano le donne su tùmulu: questo è una scodella con fuoco, in cui bruciasi incenso, o rosmarino, e alcune candele o moccoli di cera. Si assidono sulle tombe, che sono in lunghi ordini sotto il pavimento, dove giacciono i loro cari estinti, ed ivi sulle gambe incrociate fanno le preghiere. Risuona la chiesa di omei e di sospiri tra largo pianto, e resta ingombrata da un nembo d’incenso, o d’altro fumo odoroso. Terminati gli uffizi, i preti vengono in mezzo al popolo, e prendonsi molte elemosine per cantare sulle tombe le orazioni della chiesa.

Sono in questo dipartimento 17 chiese tra quelle che trovansi negli abitati, e le rurali. Attendono alla cura delle anime otto preti, ai quali assistono alcuni frati cappuccini.

Si celebrano quattro feste popolari con fiera.

A mantenere il buon ordine vi manda il governo alcuni soldati di cavalleria, ed altri di fanteria, che in totale non sono più di 20 individui. La forza dei corpi miliziani-barracellari somma a 64 uomini di fanteria, dei quali 53 sono coscritti da Bitti, 6 da Gorofài, ed altrettanti da Onanì.

Per l’amministrazione della giustizia è stabilito un tribunale in Bitti con giurisdizione sopra gli altri due villaggi del mandamento dipendentemente dalla prefettura di Nùoro.

Molti erano nell’antichità i monumenti, che si vedevano in questo territorio: ora i medesimi sono in gran parte distrutti, ed appena sono osservabili 20 norachi, parecchie sepolture di giganti, domos de ajànas, e alcune pietre coniche (V. Barbagia. – Monumenti antichi).

La signoria della contrada di Bitti appartiene al marchese di Oràni, residente in Ispagna.

I tre comuni di questo dipartimento pagano i seguenti dritti: 1.º il dritto di feudo, 2.º di gastalderia, 3.º di grano e di orzo di corte, 4.º di vino, 5.º di decima di pecore e porci, 6.º di mostazzaferia, 7.º di uffizialìa, 8.º delle criminali.

Pel primo pagano in comune i tre villaggi lire sarde 590, nella seguente ripartizione: di lire 420 per Bitti, 114 per Gorofài, 56 per Onanì. È questa l’unica prestazione fissa.

Pel secondo, deve ogni vassallo il sesto d’uno starello di grano, ed altrettanto d’orzo, sebbene non semini. Chi semina dà di soprappiù mezzo starello di grano, ed altrettanto d’orzo per lo terzo diritto.

Per lo quarto, ogni proprietario di vigna dà all’azienda baronale non meno di cagliaresi dieci, e non più di soldi sette e mezzo a proporzione della quantità.

Per lo quinto pagasi una pecora gravida per ogni segno, e lire 4 sarde per ogni segno di porci, ed è ciò universalmente praticato, se nel branco d’uno stesso padrone pastore e segno, o marchio, si annoverino almeno dieci capi di madrigàdu, vale a dire di parto.

Il sesto è un dritto su li pesi e misure, e comprende quello pure del peso del formaggio, il quale è una specie di gabella di estrazione, perchè quel che si vende fuori del paese si deve pesare dall’amministratore del-l’azienda baronale. Questi prima prendeva una pezza scelta di cacio per ogni cantaro di libbre sarde 150, ed ora che si costuma fare cacio bianco in forme più grosse, se ne toglie libbre 10 per egual quantità. Nel dritto suddetto se ne comprende un altro per le derrate, o merci, che importino i forestieri; però che chiunque vada in questo dipartimento a vender frutta, dee pagare al barone soldi due e mezzo, e cinque se venda pannine e telerie.

Per lo settimo si dà un sesto di star. di grano, e altrettanto d’orzo al delegato di giustizia da quanti seminano, eccettuati i porcari, ed un’annicola porcina e pecorina per cadun segno da tutti i pastori di quelle specie. Il delegato istesso diventa un vassallo in questo mandamento, mentre deve ogni anno corrispondere all’erario baronale da’ suoi proventi lire sarde 100. Fu questo un abuso introdotto da un ambizioso, che non potendo presentare alcun merito per essere scelto a officiale di giustizia, incontrò grazia appresso il reggidore, lusingandone l’avarizia con l’offerta di questa somma. L’altra imposizione, che soffre la curia, è di lire 22 di regio donativo, da corrispondersi dal delegato, e di 14.13.4 dagli scrivani. La carica di delegato può fruttare in questo e in quel modo circa 500 scudi (Ragguaglia lo scudo a lire nuove 4.80).

I maggiori di giustizia di ciascun villaggio sono obbligati ad esigere le suddette rendite per un piccol aggio. Si sono introdotti molti abusi, e permettonsi gli agenti baronali molte angherie.

La somma di questi dritti è cospicua, essendosi talvolta corrisposto dagli appaltatori più di 3000 lire; la quale di molto avanza le tasse imposte dal Sovrano su i tre comuni, che sono di lire 1642.17.9.

Le selve ghiandifere sono del demanio. Esse eccedono di molto i bisogni del bestiame porcino del mandamento; ma per ciò che non se ne fa l’estimo, e vi si permette l’ingresso ad ogni specie di bestiame, avviene che il barone non ne possa ritrarre tutto il vantaggio.

Tra gli esenti da ogni prestazione si annoverano gli ecclesiastici, i cavalieri, e quei che per ragione di nascita civile vestono come i cittadini, i notai, e i loro figli, e quanti altri sanno leggere e scrivere, non bastando però che sappiano solo apporre la propria firma.

Sono ascritti al numero dei vassalli quelli dei non privilegiati, che entrano nell’anno 18.º, i quali nel primo anno non pagano che un soldo al maggior di giustizia, dopo ogni dritto, a riserva del terzo, al quale cominciano ad esser tenuti sì tosto come faccian famiglia separata.